e anche questa volta me la sono cavata

DISAVVENTURA IN UN CENTRO DI MEDITAZIONE BUDDISTA IN THAILANDIA – 2° PARTE

Tempo di lettura: 13 minutes

In questa seconda ed ultima parte, continua il racconto della mia esperienza come volontaria in un centro di meditazione buddista dalle parti di Bangkok.
Dal resoconto dei due giorni conclusivi di questa mia avventura sventurata, potrai comprendere come nel giro di 24 ore, la mia vita e il mio stato d’animo, siano passati in uno schioccar di dita, dalla meraviglia più assoluta, fatta di pace ed armonia, al rischio di perdere la vita nella totale incomprensione da parte di chi si dichiara pieno di compassione ed empatia.

Se ancora non lo hai fatto, clicca qui per conoscere la prima parte di questo racconto.
Attraverso immagini, parole e video, potrai comprendere meglio quello che mi è accaduto in un centro di meditazione in Thailandia.

Ma ora andiamo avanti con questa storia vera.

Dall’atmosfera irreale di un’alba di bin•dá•bàht, alla corsa (disperata e supplicata) verso un ospedale Thai, stringendo tra le dita la mia vita.

Giorno 3 – La pratica del Bin•dá•bàht, un ricordo indelebile

Al termine della seduta di meditazione delle ore 5 del mattino, la monaca Bhikkhuni più anziana, mi comunica che stamani sarò io, assieme ad un altro volontario, ad andare a chiedere la carità nel vicino centro abitato, o meglio ad aiutare le altre due Bhikkhuni nel Bin•dá•bàht, il quotidiano giro che ogni giorno monaci e monache compiono per raccogliere le offerte.

Partiamo alle ore 6 circa, ed è ancora tutto buio. Come di consuetudine, siamo in 5 ad occupare l’auto diretta al luogo che ancora non conosco: le 2 più giovani monache Bhikkhuni, la ragazza autista, io ed un altro volontario. Noi volontari sediamo dietro, ed una delle due monache con il capo rapato, si siede in mezzo a noi; ho come una sorta di paura a sfiorarle involontariamente la veste arancione.

Poco dopo che partiamo, la guidatrice accende la radio, e una musica da discoteca si diffonde nell’abitacolo: “che strano” penso io, e sorridendo mi rendo conto che effettivamente la situazione sia alquanto bizzarra…

Dopo circa una decina di minuti, arriviamo in un luogo abbastanza popolato.
Le prime luci dell’alba accarezzano la piccola cittadina, e mentre il traffico inizia a svegliarsi, noi parcheggiamo l’auto lungo il bordo della strada.

Dobbiamo scendere scalzi, e lasciare tutti i nostri oggetti nel veicolo. La ragazza autista, ci consegna i secchi deputati a raccogliere le offerte; lei rimane accanto all’auto, mentre io e l’altro volontario, ci allontaniamo seguendo le due Bhikkhuni.

Attraversiamo la strada, e arrivati sull’altro lato, subito le monache si fermano a raccogliere le prime elemosine.
Una di loro inizia ad intonare una preghiera buddista che fa parte anche del repertorio delle nostre sedute di meditazione. Poi, anche la voce dell’altra giovane monaca, si unisce nel canto.

Questa è la preghiera che per melodia mi ha colpito più di tutte, non ne so individuare il motivo. So solo che questa armonia è entrata nella mia testa come un mantra, tant’è che ascoltata nuovamente a distanza di un mese tra le strade del centro di Bangkok, non ho potuto fare a meno di registrarla.

 

Con le prime luci del crepuscolo, stavo vivendo un’esperienza surreale.
Me ne stavo scalza su di una strada sconosciuta, accanto a queste donne vestite di arancione. La gente le fermava, donando a loro i tanti sacchettini di plastica che ho descritto nella prima parte di questa storia.

Bhikkhuni iniziavano a cantare, prima l’una e poi anche l’altra.
Nel frattempo, io poggiavo il mio secchio a terra (non so se questo fosse previsto, ma così mi sentivo di fare), e unite le mani in Namaskar mudra (più noto come il saluto Namaste), chiudevo gli occhi partecipando a modo mio a questo momento di antico rituale religioso.

I sacchettini di plastica contenenti cibo, venivano messi direttamente dalle mani dei devoti all’interno delle ciotole che Bhikkhuni offriva a loro (monache e monaci buddisti non possono toccare direttamente il cibo, per lo meno non prima di aver terminato di proferire la preghiera a favore dei credenti laici e di Buddha).
Il devoto poi si inginocchiava; iniziava il canto mantrico di preghiera e io abbassavo la testa e chiudevo gli occhi come sopra ho raccontato.

Al termine della preghiera, il fedele si rialzava in piedi ringraziando (questo gesto si chiama Wai), Bhikkhuni prendeva il cibo dalla ciotola e lo trasferiva nei nostri secchi, e io il più delle volte, solo ora mi destavo da questo momento di quasi ipnotica magia.

Quel giorno, il mio primo (e purtroppo anche ultimo) giorno di Bin•dá•bàht, siccome era un sabato e perciò ritenuto un giorno di grande affluenza tra le strade di questo piccolo centro abitato, facemmo un’abbondante raccolta di offerte (cibo, acqua, succhi di frutta, dolci e caramelle, e anche dei soldi..), tant’è vero che ci fu prestato un ulteriore secchio da parte di una venditrice ambulante che stanziava nella nostra stessa zona.

Fu una gran bella giornata. Di pace immensa e profonda connessione con l’Universo.

Quando tornai al centro, quella stessa mattina, cambiai i fiori di loto che adornavano lo spazio attorno al locale deputato alle sedute di meditazione. Riuscii anche ad accarezzare il cane ipovedente e ferocemente impaurito: oramai poteva riconoscere il mio odore, e mi fece l’onore di mangiare direttamente dalle mie mani.

Non credo ci sia altro da aggiungere..

Giorno 4 – La morte in faccia

Finita la sessione di meditazione delle ore 5 del mattino, mi fu comunicato che anche quel giorno avrei partecipato al Bin•dá•bàht.
Ero molto felice per questo, ma avvicinandomi all’auto per salire, mi fu detto all’ultimo momento, che quel giorno sarebbe andato un solo volontario.

Non conoscevo il motivo di questa scelta, ma siccome l’altro mio “collega” (un italiano del nord), aveva terminato proprio il giorno prima il suo ritiro di meditazione Vipassana, decisi fosse stato più giusto far andare lui, visto che in tutti quei giorni era stato in silenzio, senza possibilità di interagire con l’esterno.
Lui mi ringraziò tanto, e io gli risposi che non c’era alcun problema, sarei andata nei giorni successivi…

Era il 6 gennaio 2019, il giorno dell’Epifania, una domenica mattina, e il fatto che fosse comunque un giorno festivo anche in Thailandia, fece per me una gran differenza.
Ma ancora non lo sapevo…

Mentre l’auto partiva, e prima di iniziare i soliti lavori domestici, decisi di prendermi la mia tazza di caffè solubile ( 🙁 ) e di dirigermi verso la porta della mia stanza, posta al primo piano, in uno dei tanti singoli stabili costituenti il centro di meditazione, stabile che in quei giorni era occupato solo da me.

Volevo vedere il sole sorgere sopra il laghetto e tingerlo di rosso. C’era un monaco buddista che passava alcune ore del giorno in questo centro di meditazione. Andava e veniva, e non conoscevo il suo tragitto, a pensarci bene non ci ho mai scambiato neanche mezza parola. Ma lo vedevo fumare ogni tanto. E siccome nemmeno io sono perfetta, volevo bermi il mio caffè davanti al laghetto, in compagnia del mio tabacco.

Mi diressi verso le scale per andare al piano sopra. Oramai ero amica di tutti i cani e perciò camminavo tranquillamente. Salii gli scalini, terminai la rampa e svoltai a sinistra, così da potermi mettere seduta in un punto del lungo corridoio aperto, con le spalle rivolte al muro e lo sguardo sull’inizio del giorno.

Ma appena girato l’angolo, sentii qualcosa pungermi forte all’altezza della scapola sinistra. Il terrore mi piombò addosso con il suo lenzuolo nero.

Sono allergica agli insetti e l’ho scoperto nel 2005 quando in Italia mi pizzicò un calabrone, causandomi un grave shock anafilattico. Pochi istanti mi separarono dalla morte.
Feci poi degli accertamenti e la diagnosi fu di allergia agli imenotteri (calabroni, gialloni, vespe, api quest’ultime solo al 50%…). Seguì per diversi anni, una cura di desensibilizzazione che però ho sospeso già da tempo.

Perciò, questo pizzico proprio non mi ci voleva.

Entrai velocemente nella mia camera, distante pochi metri, ed ingoiai subito cortisone e antistaminico. Raggiunsi poi il refettorio raccontando l’accaduto. C’era l’italiano di Roma che mi disse di stare tranquilla.
Cercavo di stare tranquilla, ma non lo ero, e con il passare dei secondi, iniziai a sentire una strana sensazione di prurito alle palpebre e il mio labbro superiore gonfiarsi (edema di Quincke).

Non c’era tempo da perdere! Dovevo andare all’ospedale!

una delle stanze più importanti del centro di meditazione

E’ questo il luogo dove più volte ho chiesto di essere portata in ospedale. I cani erano sempre i benvenuti e la notte dormivano qui. Questa foto l’ho scattata con il cellulare una sera prima di andare a dormire.

Iniziai a chiedere di portarmi in ospedale, ma sembrava che intorno a me, le altre persone non riuscissero a comprendere la situazione.

Mi raggiunse la Bhikkhuni più anziana con in mano una boccetta piena di liquido giallo. L’aprì e me lo spalmò abbondantemente sul punto di puntura dell’insetto.
La ringraziai aggiungendo però, che questa “cura” non era sufficiente per me.
In quei lunghi istanti, riapparse anche l’auto al termine del Bin•dá•bàht.

Continuavo a ripetere di essere accompagnata in un pronto soccorso, ma intorno a me le uniche parole che vengono proferite sono quelle che devo stare tranquilla. Tra le varie voci, capto le riflessioni della donna che lavora nel centro, mentre ricorda di suo figlio che è stato punto tante volte, senza poi aver avuto alcun tipo di problema.

Io mantengo la calma, ma non è facile. Respiro piano così che il veleno possa viaggiare più lentamente all’interno del mio corpo. Ma ho paura, non so dove sia un ospedale da quelle parti, ne quanto tempo ci voglia per raggiungerlo.
Torno velocemente in camera per prendere il documento con gli estremi della mia polizza sanitaria di viaggio, e solo ora vedo che accanto alla porta della mia stanza, c’è l’alveare di una strana specie di vespe nere. Non le avevo mai viste fino ad allora.

Dopo circa 5 minuti che sembrano essere durati un’eternità, riesco a farmi portare in ospedale.
Partiamo con la macchina.

Mi accompagna la tipa che lavora nel centro, la mamma della ragazza autista per il Bin•dá•bàht, tanto per intenderci.
Non siamo ancora uscite dal vialetto della struttura, quando mi ripete ancora una volta che suo figlio più piccolo è stato pizzicato tante volte. Con un filo di voce, un po’ per il mio stato, un po’ perché oramai ho perso la speranza che possa capire, le ribadisco che io sono allergica mentre suo figlio fortunatamente non lo è.

Sta guidando piano e io non posso perdere tempo, non posso perdere altro tempo. Le chiedo allora se per favore può guidare più velocemente (“Please can you drive faster?“), e lei mi risponde: “This is not a taxi” (Questo non è un taxi).

Non potevo credere a quello che mi era stato appena detto, e non potevo nemmeno farmi prendere dalla disperazione. Anzi, dovevo restare concentrata sul mio respiro e mantenere la calma. Maledetta e santa calma!

Dopo nemmeno aver percorso un chilometro con l’auto, avverto qualcosa sulla mia spalla sinistra, vicino al pizzico. Mi tocco la pelle e sento come delle bolle. Guardo allora il mio braccio sinistro e lo vedo pieno di piccoli ponfi (eritema).
Lo mostro alla guidatrice posta al mio lato destro, e forse solo in questo momento lei capisce che c’è davvero qualcosa che non va.

Le domando quanti chilometri mancano per arrivare in ospedale. Mi risponde circa 9, ed inizia a guidare più forte.

Respiro piano, lentamente, con calma. Tiro fuori il cellulare e filmo per alcuni secondi il mio braccio sinistro.

Per fortuna è domenica, sono circa le 7:15 di mattina e non c’è traffico.
Pochi attimi dopo, il mio braccio destro, normale fino a questo momento, si riempe anch’esso di bolle…

La mia buona Stella mi fa trovare poco traffico all’interno del centro cittadino dove è ubicato l’ospedale. Ho la vista offuscata, e non mi sento per niente bene.

Scendo dalla macchina e con le mie gambe entro nel pronto soccorso. Il primo personale sanitario che incontro mi guarda in modo un poco strano. Capisco che non sono abituati a ricevere stranieri e di certo il mio viso non nasconde le mie origini.

Inizio a spiegare l’accaduto, ovviamente in inglese, in un inglese che in queste condizioni stento ancor di più a parlare.
Devo ripetere quello che mi è accaduto più volte, ma non mi capiscono. Comprendo che i miei interlocutori non parlano inglese, ma solo thai.

Velocemente arriva un altro operatore. Questo parla inglese meglio di me.
Gli spiego che ho già assunto cortisone ed antistaminico per via orale, che sono allergica agli insetti, che mi ha pizzicato una vespa e che ho l’adrenalina con me, MA NON ME LA SONO SOMMINISTRATA.

Sembra che ci siamo intesi. Nel frattempo mi hanno fatto stendere su di un lettino all’interno della stanza del pronto soccorso. Accanto a me c’è un uomo che vomita, poco più in là c’è un altro uomo piegato in due su di una sedia che si lamenta.
Io mi giro dall’altra parte, sento freddo e mi portano una coperta. Mi viene messo un ago in vena. Altro cortisone e antistaminico entrano nel mio corpo.

Non sto per niente bene.
Su richiesta del personale, comunico il luogo dove sono alloggiata nel paese vicino.

Alterno momenti di veglia e di sonno. Ad un certo punto, vedo comparire all’interno del pronto soccorso anche la mia accompagnatrice; non se n’era ancora andata e la cosa mi stupisce e mi fa anche piacere. Lascia il numero del centro di meditazione al personale sanitario, mi saluta e se ne va.

Mi addormento di nuovo.
Non so quanto tempo sia passato, ma ho ancora la vista offuscata. Mi sento debole e sono impaurita. Mi si avvicina una dottoressa, cerca di visitarmi e mi scopre il corpo. Vedo le mie cosce di un colore rosso acceso. Incredula mi guardo le braccia e anche queste sembrano sul punto di prendere a fuoco. Mi agito e quasi urlo che quello non è il colore normale della mia pelle!!!

Intorno a me ci sono due o tre persone che mi guardano dall’alto. Io stesa sul mio lettino, li osservo con il mio sguardo annebbiato. Mi sento indifesa e lo sono davvero. Penso a casa, alla mia mamma. Chissà cosa farà per quel giorno della Befana. In Italia è ancora notte e lei starà dormendo.

Il personale sanitario mi domanda a che ora mi sono autosomministrata l’adrenalina. “No, non ci siamo“, penso io. Evidentemente c’è stata un’altra incomprensione.

Ripeto che io NON mi sono somministrata l’adrenalina, ma ce l’ho con me.
Mi guardano stupiti, e difatti mi sento una cretina per non aver usato il farmaco.
Mi domandano il perché di questa scelta, e allora cerco di spiegare di quella volta che in Italia mi fu somministrata questa medicina dopo il mio primo shock anafilattico, di quanto ero stata male subito dopo e della paura di morire per i sintomi che mi aveva provocato. Tutto vero, ma è anche vero che mi salvò la vita.

Chiarita una volta per tutte la situazione, vedo comparire davanti ai miei occhi una bella siringhina contenente adrenalina. Come una bimba di 5 anni mi dimeno, perché per la paura, non voglio farmela fare. Mai poi l’intelligenza prende il comando della situazione, e sento l’ago entrarmi nella coscia.

Con grande e piacevole meraviglia, percepisco che l’adrenalina non mi sta provocando gli effetti negativi ed estremi della mia prima volta.

Sono ancora molto confusa e mi sto per addormentare, quando mi viene passato il telefono del reparto.
Dall’altro capo c’è la monaca Bhikkhuni più anziana che parla. Mi chiede come sto e io ancora molto debole, le rispondo che sembra vada un poco meglio, e la ringrazio. Poi inizia a parlare in modo molto rapido e io non riesco a comprenderla.
Mi hanno appena fatto l’adrenalina e in qualche modo, è un po’come se fossi da un’altra parte.

In pratica, mentre io capisco che deve spostare le mie cose in un’altra stanza del centro di meditazione, in realtà lei mi sta dicendo che sarò ricoverata.
Siccome prima di andare in ospedale, avevo messo sottosopra il mio zaino per trovare farmaci e assicurazione sanitaria, e le mie cose erano disseminate su tutto il pavimento, temevo che nel portarle da un’altra parte, qualcosa sarebbe andato perso.
Perciò chiesi per favore di non spostare le mie cose, anche perché li non davano noia a nessuno, visto che di camere libere nel centro ce n’erano tantissime.
Come replica, la monaca iniziò ad urlare e passò il telefono al romano che mi spiegò la situazione.
Lo ringraziai e mi scusai per il mio errore, e aggiunsi che già ero stata informata di dover rimanere in ospedale almeno fino al giorno dopo.

Restai in pronto soccorso tutta la mattina e per il primo pomeriggio.
Le mie condizioni piano piano migliorano, e verso le ore 15 vengo trasferita in un reparto di osservazione al piano superiore.
Ci sono altre donne con me, ed il reparto è carino, niente a che vedere con gli ospedali pubblici in India.

Tra un letto e l’altro, ci sono delle tendine per la privacy e mi viene portato un bel camice giallo canarino da indossare.

io durante il ricovero in un ospedale thailandese

Il giallo mi dona, soprattutto se ci sono le scritte in thai 🙂 Notare l’occhio parecchio sveglio.. Parina la Cri!!

Sto meglio, e in pronto soccorso ho dormito parecchio. Ho bisogno di muovermi, e perciò chiedo se posso fare due passi. Non sono monitorizzata e al momento non ho flebo da fare.

Se in pronto soccorso il mio viso occidentale aveva creato una certa curiosità, qui in questo reparto mi sento proprio un fenomeno da circo.
Non faccio in tempo ad alzarmi in piedi che già il personale è sull’attenti.
Domando quindi se posso fare due passi, ma in questa stanza nessuno parla inglese.

Vorrei andare a fumare una sigaretta in realtà, e l’ingresso dell’ospedale non è distante da dove mi trovo.

Mi chiamano una farmacista. Più o meno mia coetanea, questa parla inglese. Mi spiega che non ci sono problemi se voglio camminare un po’ all’interno dell’ospedale. L’importante è che non vada via. Aggiunge che la maggior parte degli altri dipendenti non parla inglese e che se avessi ancora bisogno, la posso far chiamare.

E dove volete che vada con questo camicino giallo Tiiti?” penso io. La ringrazio ed esco dal reparto mentre lei sta traducendo quanto ci siamo dette.

Non passano neppure 10 minuti che già rientro nella sala di degenza e vedo che mi è stato sfatto il letto. “No, non ci siamo“, penso io.
Un medico del reparto mi viene incontro e mi spiega che no, non posso uscire da lì. Al massimo posso andare in bagno.
Allora mi scuso, facendo presente che mi era stato dato il permesso…

Le mie cose, che erano già state messe dentro ad una busta, riappaiono e un attimo dopo mi viene passato il telefono del reparto. Di nuovo.
E’ sempre la monaca più anziana che mi dice che non posso uscire dal reparto.
Mi sembra di essere su candid camera, ma quello che conta è che sto meglio.

Il cibo è proprio buono e grazie ai giga della mia sim thailandese, telefono a casa: “Qua va tutto bene, buona Befana!“. Non è il caso che racconti ora a mia mamma quello che è successo. Lo farò più avanti.

Le ore scorrono l’una dopo l’altra, tra l’alternarsi di pasticche, flebo e tentativi molto carini di comunicazione con le altre degenti, i loro parenti e qualcuno del personale sanitario.

nel complesso, soddisfatta dell'assistenza di un nosocomio thailandese

Il reparto di giorno…

essere ricoverati in un ospedale straniero

… e di notte

Giorno 5 – Il diavolo della monaca e la casa degli angeli

Inizia il nuovo giorno ed oggi è prevista la mia dimissione. A dire la verità, sono riuscita ad anticiparla: non voglio trascorrere un’altra notte in ospedale, sto meglio ed il pericolo per fortuna è passato. Mi dicono che dovrò comunque ritornare il giorno dopo per una visita di controllo, e che dovrò assumere la terapia per altri 10 giorni.

Mi era stato detto che la dimissione era programmata per le ore 10 del mattino, ma quando si fanno le 11 e vedo che altre pazienti sono già state dimesse, chiedo spiegazioni. Come sempre, il mio muovermi o domandare crea un attimo di subbuglio tra il personale.

Mi comunicano che hanno telefonato al centro di meditazione e perciò devo aspettare che qualcuno mi venga a prendere. Ricordo benissimo quando chiesi il perché di questa decisione presa senza interpellarmi, di quando dissi a loro che la mia famiglia si trova in Italia e che io viaggio da sola. Ripensando a come ero stata trattata il giorno prima, spiego a loro che potevo prendere un taxi, ovviamente senza raccontare il motivo di questa mia riflessione.

Il tempo passa e non si vede arrivare nessuno. Siccome devo sbrigare la parte burocratica del ricovero (pagamento e documentazione varia per richiedere il rimborso alla mia assicurazione di viaggio), chiedo se per favore possiamo nel frattempo svolgere questa operazione.

Vengo accontentata ed accompagnata al piano di sotto. Mentre sto svolgendo queste operazioni per nulla facili in un ospedale disavvezzo a ricevere stranieri, sopraggiunge la solita accompagnatrice, quella simpatica del giorno precedente, tanto per intenderci.

Prima di uscire dall’ospedale, le esprimo il desiderio di volermi fumare una sigaretta. Mentre lei si dirige nel parcheggio per recuperare l’auto, io mi accendo la mia sigaretta di tabacco. Faccio pochi tiri perché lei sta già arrivando: spengo la sigarette, la butto nel cestino e cammino una decina di metri prima di raggiungerla. Salgo in macchina, e dopo pochi metri, la guidatrice inizia a lamentarsi del puzzo di fumo, apre i finestrini e mi domanda perché non abbia preso un taxi…

Non so se vi sia mai capitato di essere trattati con zero umanità (spero di no ma purtroppo non è cosa rara). Se vi è capitato, potete immaginare come io mi sentissi, la stessa sensazione provata anche il giorno prima.

Feci un respiro profondo perché non volevo abbassarmi al suo livello, la ringraziai per essermi venuta a prendere e scusandomi per il disturbo, le spiegai che non ero stata io a chiamare ma il personale dell’ospedale, e senza avermi prima interpellata.
Aggiungo, per chi non lo sapesse, che il tabacco ha un odore ben meno forte di quello delle normali sigarette.

Arriviamo al centro. Incrocio la Bhikkhuni più anziana che distrattamente mi domanda come sto, nulla di più.

Faccio due passi, e mi siedo in disparte accanto al laghetto di fronte al centro di meditazione. Sto meglio ma per certi versi mi sembra come se mi fosse passato sopra un trattore. Penso al pericolo che ho corso, alla fortuna di poterlo ancora raccontare, al mio problema di salute, ai viaggi che voglio fare per vedere gli animali, al viaggio in Amazzonia già programmato, il mio viaggio di ritorno in Amazzonia…

Fermo la mente: quello che conta è che sono ancora viva, e seppur debole, sto abbastanza bene.

Riprendo a camminare ed intravedo i due italiani, li raggiungo ed iniziamo a parlare. L’atmosfera è strana. Mi raccontano che il mio ricovero in ospedale, ha creato un po’ di tensione nel centro, che le numerose telefonate effettuate dal personale sanitario hanno irritato la monaca più anziana.

In pratica, gli operatori ospedalieri sicuramente mossi da buoni propositi, per qualsiasi cosa o incomprensione di linguaggio, contattavano la Bhikkhuni a capo del centro. Come ho già scritto, tutto questo avveniva senza sentire il mio parere.

Sono all’incirca le ore 4 del pomeriggio, quando all’improvviso sopraggiunge come un diavolo la monaca più anziana. Si dirige verso di me. E’ arrabbiatissima e urlandomi contro tante parole troppo rapidamente, mi dice che me ne devo andare. Il senso della sua aggressione è questo.

La guardo e vedo la sua veste arancione che copre un corpo abbondante, la sua testa rasata e gli occhiali da vista che contornano un viso trasformato dalla rabbia. Mi dice che me ne devo andare subito, che quel posto non è sicuro per me, che io devo stare in alberghi a 5 stelle.
Mi viene quasi da ridere dopo questa sua ultima affermazione, ma la situazione che sto vivendo non lascia spazio ai sorrisi.

Io rimango scioccata di fronte a questa scena e lo sono anche gli altri due italiani.
Da parte di una monaca buddista ci si immagina calma, capacità di ascolto, comprensione ed empatia. Ma davanti ai miei occhi non c’è nulla di tutto questo. C’è solo tutto il contrario. E quello che mi fa più male, non è il malo modo in cui mi sta trattando ma l’idea della sua immagine che ingenuamente mi ero creata e che in pochi secondi veniva frantumata dalla realtà.

Incredula e sconfitta, riesco solo a pronunciare queste parole: “Are you a monk?” (“Tu sei una monaca?”). Intorno a me, c’è ora solo silenzio o almeno io non sento niente. Mi alzo in piedi e mi dirigo verso la mia camera. Prendo tutte le mie cose e velocemente, le butto a caso dentro allo zaino. Non voglio stare più lì.

Esco fuori e mi incammino lungo il vialetto, oramai il centro di meditazione è alle mie spalle. Mi viene incontro la ragazza che lavora nel centro, colei che mi ha accompagnata in auto. Ha in mano i baht corrispondenti ai giorni che non trascorrerò più nel centro; le sorrido e le dico che non voglio quei soldi.

Incrocio i due italiani. Mi accompagnano un po’ lungo il vialetto che sto percorrendo per l’ultima volta. Confusi anche loro, parliamo. Con reticenza, il romano tira fuori che la “mia” guidatrice ha detto che io ho fumato in macchina. Sgrano gli occhi perché davvero ne ho già sentite troppe, e ovviamente dico a loro che non è vero.

Sempre il romano, che nei giorni passati si era aperto molto con me, aggiunge che forse è andata così. Ma io conosco la verità, e non ho più voglia di parlare con chi non vuol capire, né ha senso tornare a dire come stanno le cose alla Bhikkhuni maggiore.

Stanca e delusa, abbandono gli italiani e me ne vado per sempre.

Esco fuori dal centro e tento di trovarmi un taxi tramite Grab. Non so in realtà dove andare, e l’unico posto che conosco è l’ostello a Bangkok dove ho già trascorso alcuni notti.
Grab cerca con la sua applicazione, ma non trova niente, a quell’ora non ci sono più taxi in quella zona. Dopo quasi mezz’ora di inutili tentativi, capisco che dovrò affrontare il problema in un altro modo. Mi alzo dal ciglio della strada dove fino ad allora me ne stavo seduta riflettendo a tratti, mentre speranzosa cercavo sul cellulare l’aiuto di un’app,

Con i segni degli aghi ancora sulle braccia, mi carico lo zaino sulle spalle, e con il sole che si sta abbassando ed il fastidioso caldo umido attorno a me, mi incammino verso il centro del villaggio dove c’è la grande statua nera che tutto guarda. Questa volta percorro una scorciatoia conosciuta un paio di giorni prima; c’è una bella salita all’inizio e faccio molta fatica ad andare su ma almeno la strada è più corta.

Vicino al tempio vedo un uomo che sta rientrando in casa. La giornata lavorativa è finita e nel cielo il sole sta quasi scomparendo. Mi dice che non ci sono taxi lì e che posso provare ad andare nel parcheggio del tempio, magari troverò qualcosa là.

Arrivo al parcheggio ma di taxi neppure l’ombra. Ci sono due bus fermi e i rispettivi conducenti, con in mano dei secchi pieni d’acqua, sono intenti nelle pulizie. Non parlano inglese, ma in qualche modo riusciamo a comunicare e no, da qui i pullman non ripartiranno fino a domani.

Continuo a camminare. Sento che l’energie sono quasi al termine. Sono sudata, stanca, abbastanza affranta e non so dove passare la notte. Si sta facendo buio, in questi paesi la notte scende presto.

Raggiungo una casa posta sul lato destro della strada, e vedo fuori un signore anziano, seduto su di una sedia. Lo saluto e gli domando dove posso trovare un taxi per andare a Bangkok. Lui mi guarda in silenzio e si avvicina a me. Mi dice di aspettare. Ritorna poco dopo assieme a due donne della mia età ed una sedia.

Sono le sue figlie e mi dicono di sedermi porgendomi la sedia. Evidentemente non ho un bell’aspetto. Chiedo di nuovo dove posso prendere un taxi. Loro mi guardano, e capiscono sia successo qualcosa di non programmato. Gli racconto brevemente e a grandi linee gli incredibili avvenimenti degli ultimi due giorni.

Si guardano tra di loro e poi tornano su di me con lo sguardo. La più giovane, dolcemente e con tutto il cuore, mi chiede di rimanere lì: “Dormi qui da noi e domani riprendi il tuo viaggio. Non vogliamo niente in cambio, è gratis“.

Sentii tutta la stanchezza scivolare lungo la sedia e cadere a terra.
Avevo le lacrime agli occhi. Le ringraziai con tutta me stessa e risposi che potevo pagare. “No, noi non vogliamo niente” e mi sorrisero.

Mi fecero entrare in casa e mi tolsero lo zaino. “Hai fame? Sai questo è un ristorante“. Si avevo fame e parecchia, e dovevo anche prendere le mie medicine. Mi portarono del riso in bianco e del pollo fritto e si sedettero con me. Ascoltarono la mia storia e mi dissero di non preoccuparmi, che ora tutto andava bene.

Mi fecero dormire nella stanza di una delle loro figlie piccole, con il bagno in camera e mi mostrarono una terrazza dove poter andare a fumare.
Dormii benissimo. La mattina dopo mi preparano un’abbondante colazione. Era arrivato il momento di ripartire e in qualche modo volevo sdebitarmi. Regalai a loro due miei CD, come due erano le bambine che avevo conosciuto in quella casa.

Mi chiamarono un taxi con Grab, molto più economico di un taxi normale. A quell’ora di mattina presto, Grab funzionava anche in quelle remote parti.

Prima di andarmene, tutti mi abbracciarono, compresi gli anziani della famiglia e io strinsi forte a me quegli Angeli, arrivati inaspettatamente nel momento in cui avevo più bisogno. Grazie a Facebook, sono ancora in contatto con queste splendide persone.

Questa storia finisce qui. Ho impiegato molto tempo per scriverla, complice anche il successivo viaggio iniziato nella punta più estrema della Patagonia fino ad arrivare al Rio delle Amazzoni, viaggio che è terminato pochi giorni fa. E’ anche vero che non è stato facile raccontare quello che mi è successo perché le emozioni sono state tante, non sempre allegre e ottimiste, e mi scuso profondamente con coloro che hanno letto la prima parte di questa storia, senza aver conosciuto in tempi accettabili, come fosse poi finita.

Voglio lasciarvi ancora due miei “pensieri”, che possano essere come una sorta di regalo per voi.

Dopo circa due settimane dal pizzico di vespa, ancora gonfia per il cortisone, mi trovavo nella città di Surat Thani, posta a quasi 700 chilometri a sud di Bangkok. Questa città minore, è nota ai turisti solo per essere un punto di passaggio obbligato nel raggiungere via terra le isole thailandesi del golfo di Siam.
Io invece a Surat Thani ci ho trascorso un paio di notti, girovagando per la sua città.

luoghi di culto poco conosciuti in Thailandia

La pace di un tempio al tramonto

Quel pomeriggio, mi trovavo nei pressi del centralissimo santuario Pilar Shrine, un maestoso monumento bianco circondato da un parco.
Alla base dei gradini che conducono all’interno del tempio, vidi una donna che stava pregando. La signora, piccolina di statura e con gli occhiali tondi, mi si avvicinò e mi porse degli incensi da accendere. Questo era il suo modo per invitarmi a partecipare alla preghiera. Grata, accesi gli incensi.

invocando benevolenza da parte di Buddha

Fuori dal tempio si inizia a pregare.

preghiera in Thailandia

Offerte per Buddha

Lei entrò nel tempio e io la seguì pochi minuti dopo. Seduta a terra, pregava e cantava. Mi sedetti accanto a lei. Aveva con sé un quadernone sul quale leggeva le sue preghiere. Tentammo di comunicare, ma il limite della lingua, non ci permetteva di andare oltre a dei sinceri sorrisi. Provammo per diversi minuti a parlare, tutte e due accomodate a terra. I nostri sguardi e le nostre espressioni, riuscivano a compensare le parole che entrambe non capivamo. Ad un certo punto la donna strappo un foglio dal suo quaderno e me lo regalò.

Mi aveva regalato una preghiera ed il suo gesto mi aveva avvolta in un abbraccio di dolcezza. Io le scrissi il mio nome sul suo quaderno, ed una frase di ringraziamento, sia in italiano che in inglese. Anche lei aggiunse qualcosa sul foglio che mi aveva donato.

Non so se credete ai segnali, io ci credo. Se la monaca buddista mi aveva trattato come avete letto, ora una donna semplice e sconosciuta, mi aveva regalato una sua preghiera.
Per me il cerchio si era chiuso 🙂

orazione al Buddha

Quando la forza delle persone supera qualsiasi barriera, anche quella del linguaggio.

Il secondo ed ultimo pensiero che voglio lasciarvi al termine di questo articolo, è il video qui sotto, in cui ho raccolto alcuni momenti di un Bin•dá•bàht tra le strade di Bangkok. Spero in questo modo, possiate vivere meglio quello che ho vissuto anch’io.
Grazie!!

 

 

Spero che questo articolo ti abbia in qualche modo aiutato.
Grazie per la tua lettura.
Cristina – Bagaglio a Bordo

2 commenti
  1. Sara
    Sara dice:

    Cara Cristina, cercavo da giorni informazioni su come vedere gli albatross alle Galapagos… ho trovato te… gli albatross ci hanno fatte conoscere… o forse il soffio dell’aurora boreale…o forse i fiori di campo di Castelluccio… Mi hai fatta sentire meno sola in questa mia piccola impresa: andare alle Galapagos senza spendere una fortuna e senza commettere troppi “errori di valutazione” … verrai con noi, a bordo, nel nostro bagaglio a mano, anzi, nel nostro cuore (così potrai rivedere un po’ di Galapagos). Con fatica ho letto il tuo terribile racconto della disavventura in Thailandia… la mia più grande paura è essere punta da un insetto e morire di shock anafilattico… e quindi per me leggere è stato difficile, ho sentito la tua profonda paura e mi sono sentita male per te… non comprendo alcune cose dei buddisti e tu mi hai regalato grandi spunti di riflessione… Ps. La Piana di Castelluccio di Norcia, è un luogo magico, ho sempre pensato che se la Natura fosse un pittore dipingerebbe i prati di Castelluccio (con i cani pastori e le loro pecore… e i cavalli un pò più in là)… e l’uomo che della natura dovrebbe essere un umile servitore non riesce nemmeno a tirare su un po’ di macerie da terra? Che vergogna! Grazie a te che sei testimone di quanto di bello e brutto accade nella Terra che generosamente ci ospita. Grazie per avermi arricchita con le tue esperienze e per la tua capacità di comprensione. Buoni viaggi, intorno al mondo o attorno al tuo cuore… a volte facciamo grandi viaggi percorrendo piccolissime distanze… altre volte piccoli viaggi percorrendo lunghissime distanze. Un abbraccio.

    Rispondi
    • Cristina
      Cristina dice:

      Ciao cara Sara, volevo ringraziarti anche qui per il tuo commento.
      Come sai, altri impegni mi tengono lontana da questo mio spazio virtuale che ora è anche tuo 🙂
      Spero presto di poter tornare a scrivere..

      Non importa cosa sia stato a farci incontrare, forse il destino. Qualunque cosa sia stata, io la ringrazio perché ho conosciuto una bella persona, pura e rara, peccato solo la lontananza che comunque non è così esagerata.

      Scrivere è per me una sorta di terapia, uno strumento per stare bene, per stare più bene. E’ un qualcosa che mi permette di toccare quella parte più profonda di me. Ho iniziato a scrivere da piccolina e qui, in Bagaglio a Bordo, provo ad unire questa passione con la voglia di raccontare ciò che vedo e vivo in giro per il mondo, condividendo queste esperienze con lo scopo di informare e di poter aiutare, in qualche modo, chi mi sta leggendo.

      Perciò le tue parole, ma soprattutto il tuo incontro e la tua amicizia, rappresentano per me una grande gioia 🙂

      Ti immagino ora viaggiare per la Polonia.. ti dico buon viaggio, ed aspetto di risentirti al tuo ritorno!!
      Un abbraccio grande anima bella!!

      Rispondi

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